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Salvare la natura per salvare la nostra civiltà

9 giugno 2009 0 commenti

Siamo in pieno nell’anno del pianeta Terra (International Year of Planet Earth 2007-2009), un’iniziativa congiunta dell’UNESCO(l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) e dell’International Union of Geological Sciences (IUGS), l’organizzazione scientifica internazionale che riunisce tutte le società geologiche dei vari paesi.

Questa grande iniziativa internazionale si pone l’obiettivo di cogliere l’attenzione dell’opinione pubblica per sensibilizzarla ed informarla circa la straordinaria conoscenza accumulata sino ad ora dagli scienziati della Terra e per assicurare che tale informazione e conoscenza possa essere correttamente utilizzata per il beneficio delle nostre società[1]. Non a caso lo slogan con il quale è caratterizzato questo evento è “le scienze della Terra per la società” ed i 10 argomenti chiave in cui viene declinato sono: la salute, il clima, le acque sotterranee, gli oceani, il suolo, le profondità della Terra, le megacittà, le risorse, i pericoli naturali e la vita.

Le scienze del sistema Terra costituiscono una base fondamentale per comprendere la storia del nostro pianeta, l’interazione tra la nostra specie e i vari sistemi che abbiamo individuato su di esso (geosfera, atmosfera, idrosfera e biosfera), la storia di queste interazioni nel passato e le prospettive per il nostro futuro. Costituiscono una base ineludibile per comprendere quale possano essere i percorsi di sostenibilità del nostro sviluppo socio-economico nei confronti della capacità dei sistemi naturali della Terra di mantenerci nel tempo.

La nostra capacità di comprendere come “funziona” il pianeta Terra e la nostra capacità di capire gli effetti che provochiamo su di esso, a causa della nostra continua crescita materiale e quantitativa, ha raggiunto ormai livelli sempre più perfezionati.

Paul Crutzen, premio Nobel per la Chimica, ha proposto di definire il periodo geologico che stiamo vivendo, a partire dalla seconda metà del Settecento (un vero e proprio “battito di ciglia” nella storia geologica del pianeta), quindi dall’avvio della Rivoluzione industriale, Antropocene, a dimostrazione del ruolo centrale che la ricerca scientifica riconosce oggi alla specie umana quale straordinario agente della modificazione dei sistemi naturali.

E proprio verso la fine del 2007, un lavoro scientifico, apparso sulla prestigiosa rivista “Frontiers in Ecology and the Environment” dell’Ecological Society of America (ESA) ha fornito a noi tutti una nuova, rivoluzionaria, mappa del globo [2].

Lo studio è stato realizzato da due ecologi, Erle Ellis, dell’Università del Maryland e Navin Ramankutty, dell’Università McGill in Canada.

Alcuni blog scientifici hanno dichiarato che questa mappa rivoluziona la storia degli ecosistemi globali. La visione convenzionale che è presente in tanti testi universitari ed atlanti, ricorda infatti la classificazione degli ecosistemi della Terra in aggregazioni definite biomi. I biomi sono classificati per la loro vegetazione, la loro situazione climatica, la localizzazione geografica ed hanno definizioni come tundre, foreste temperate decidue, praterie temperate, foreste pluviali tropicali, ecc.

ome Ellis e Ramankutty documentano, la presenza e l’intervento umano sul pianeta ha completamente ridisegnato e profondamente modificato la superficie del pianeta stesso, tanto che le forme vegetazionali previste nei diversi biomi spesso sono raramente riscontrabili lungo l’intera superficie terrestre. Oggi più di tre quarti della superficie del pianeta è stato “ridisegnato” dalle attività umane. Il nuovo framework previsto dai due studiosi è basato su biomi che vengono definiti biomi umani o biomi antropogenici e la nuova mappa è basata sulle immagine da satellite, le statistiche della popolazione umana e le analisi GIS (Global Information System) [3].

Questa ricerca non fa che confermare quanto già alcuni studiosi avevano pubblicato anni fa relativamente alla mappa dell’”impronta umana” sul pianeta [4]. Un’impronta che ha trasformato fisicamente le terre emerse per l’83% dell’intera loro superficie.

La ricerca di Ellis e Ramankutty ricorda chiaramente che ormai il nuovo modello della biosfera è costituito dal riconoscimento delle grandi trasformazioni provocate dalla specie umana sul pianeta e dalla necessità di agire per comprendere al meglio le relazioni tra i sistemi naturali e i sistemi sociali prodotti dalla specie umana.>

In un recente e provocatorio intervento di Erle Ellis nel blog di Wired Science (http://www.wired.com/wiredscience/2009/05/ftf-ellis-1 ) intitolato “Stop Trying to Save the Planet”, Ellis sottolinea quanto l’evidenza scientifica dimostri che ormai viviamo in un pianeta completamente modificato dalla specie umana da migliaia di anni. A causa nostra la Terra sta ormai subendo un’atmosfera sempre più calda, la sua superficie è sempre meno forestata e la biodiversità sta subendo perdite incalcolabili.

Per Ellis è ormai giunto il tempo di un ambientalismo “postnaturale” (“postnatural” environmentalism) che sia consapevole che sono i nostri sistemi artificiali che devono essere salvaguardati. Si tratta di una provocazione che ha scatenato moltissime reazioni, anche durissime. Non conosco Ellis personalmente ma avendo egli basi ecologiche, sa bene che la specie umana non si salva senza mantenere i sistemi naturali in vitalità e salute. Senza uno stato di buona salute dei sistemi naturali la nostra stessa sopravvivenza è chiaramente messa in discussione. Ma la provocazione di Ellis la dice lunga su quanto gli scienziati ormai abbiano ben chiaro lo stato drammatico in cui versa la relazione sistemi naturali e sistemi sociali. La consapevolezza di essere nell’Antropocene deve dare a tutti lo slancio per agire subito e concretamente per un significativo cambio di rotta nei nostri modelli di sviluppo socio-economico sin qui perseguiti.

bologna2di Gianfranco Bologna

Direttore scientifico WWF Italia

[1]Vedasi i siti dell’International Union of Geological Sciences (IUGS) http://www.iugs.org, dell’UNESCO http://www.unesco.org e http://www.yearofplanetearth.org .

[2]Ellis E.C. e Ramankutty N., 2008 – Putting people in the map: anthropogenic biomes of the world – Front. Ecol. Environ. 6; doi; 10.1890/070062.

[3] Vedasi il sito di Erle Ellis e del suo Laboratory for Anthropogenic Landscape Ecologyhttp://ecotope.org

[4] Sanderson E. W. et al., 2002 – The Human Footprint and the Last of the Wild – BioScience, 52, 10; 891-904.