Terra Futura, a Firenze un successo per 92mila
In tempi così gravi di crisi e recessione, un evento come Terra Futura – a Firenze nel fine settimana scorso – attira più attenzioni del solito. La “Mostra-convegno internazionale”, che si autodichiara dedicata alle “buone pratiche di vita di governo e d’impresa verso un futuro equo e sostenibile”, può davvero indicare qualche via d’uscita da un sistema economico giunto a un punto di stallo mentre imperversano le tempeste finanziarie.
A dire il vero Terra Futura si propone d’immaginare nuove strade da battere da ben sei anni, ma è stata vissuta – almeno dai decisori politici che vi si affacciano – più come una vetrina di buone intenzioni che come un’occasione per mettere a punto strategie d’azione. Quest’anno quando si è parlato di sovranità alimentare, di energie pulite, di economia solidale, di finanza critica, di antimafia sociale, si è capito meglio che in passato quanto certi progetti e certe “buone pratiche” siano un pezzetto possibile del futuro di tutti e non meri esercizi d’intraprendenza o generose sperimentazioni.
Pensiamo al cibo. Carlo Petrini, fondatore di “Slow Food”, e Vandana Shiva, la scienziata indiana che si batte per la biodiversità e contro lo strapotere dell’agroindustria, hanno reso tangibili i risvolti di una “rivoluzione” che potrebbe innescarsi dalla semplice rivendicazione a coltivare, produrre, mangiare rispettando il principio del diritto al buon cibo, alla salute, ad un ambiente di vita pulito.
Il sistema agroindustriale, ha detto Petrini, sta divorando i territori e le persone: consumi esorbitanti di acqua, sfruttamento intensivo dei terreni, scomparsa delle specialità produttive e alimentari sono gli effetti primari di un modello che oltretutto mortifica il gusto e i saperi. Vandana Shiva ha ricordato che alcune multinazionali stanno togliendo il futuro a moltitudini di contadini indiani, con l’uso smodato delle biotecnologie, le monocolture, il brevetto delle sementi. Petrini ha mostrato la via di una conversione ecologica dell’agricoltura europea. Mentre i due parlavano nella sala principale, in una saletta poco lontana la ong Mani Tese teneva il suo seminario sulla “sovranità alimentare”, un concetto finora applicato al Sud del mondo ma ormai da estendere all’Italia e al Vecchio Continente. E’ lo stesso principio evocato da Vandana Shiva: l’unico modo credibile per combattere la denutrizione nel Sud e l’impoverimento o l’abbandono dei suoli nel Nord del mondo, passa attraverso produzioni di qualità, mirate al soddisfacimento dei bisogni alimentari delle popolazioni residenti e non all’esportazione e alle economie di scala.
Non è la prospettiva dell’autarchia, ma della priorità da accordare ai bisogni dei cittadini e alla tutela dell’ambiente, rispetto alle logiche di prezzo che imperano sui mercati: «Il cibo è scambio, è apertura – ha ammonito Petrini – Quando sono all’estero e mi chiedono qual è il piatto tipico del mio Paese, io rispondo pasta al pomodoro. Ebbene, né pasta né pomodoro sono originari dell’Italia! E nel mio Piemonte il piatto tipico è la bagna cauda, che ha per base l’acciuga, ma dove la trovate l’acciuga in Piemonte?»
Il punto, insiste Petrini, è che non si può imporre un modello unico di agricoltura, non si possono obbligare i contadini indiani, o messicani alla monocoltura industriale senza pagare un prezzo altissimo sotto il profilo sociale e ambientale, fino alla distruzione dell’ecosistema.
La questione del cibo è solo un esempio fra i molti possibili, ma fa capire qual è il senso e quali sono i modi di Terra Futura, che anche quest’anno ha indicato un’urgenza: il pianeta è spossato, l’economia globale al collasso e occorre imboccare strade nuove. Ugo Biggeri, ideatore di Terra Futura e neo presidente di Banca Etica, durante un seminario coordinato da Ecquo ha fatto un esempio delle connessioni sbagliate che sono in corso: «Tramite la nostra Fondazione stiamo praticando l’azionariato critico e abbiamo partecipato all’assemblea di Enel. Abbiamo chiesto come si possa programmare un investimento stimato in trenta miliardi di euro nel nucleare, a fronte di un indebitamento finanziario netto della società che già raggiunge una cifra enorme, 50 miliardi. Chi pagherà se non le generazioni future?». In sostanza, dice Biggeri, si punta su una tecnologia assai problematica sotto il profilo della sicurezza, indebitandosi oltre misura, quindi scaricando costi e responsabilità sulle generazioni che verranno, ipotecando la loro libertà di scelta.
Migliaia di persone, anche quest’anno, hanno visitato gli stand, seguito seminari e convegni; molti politici si sono affacciati. Un giorno capiremo se la semina avrà dato qualche frutto.
di Lorenzo Guadagnucci








