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Ha un’allure quasi mistica, un po’ un viandante, un po’ esploratore ma anche scrittore, fotografo e poeta. Marino Curnis sembra venire da una terra lontana dal sapore orientale e invece è nato in provincia di Bergamo e lì ha iniziato a sognare intrecciando la leggenda con il passato storico di gloriose civiltà. «Alessandro Magno, Marco Polo e Colombo erano i miei miti, e i miei sogni d’infanzia mi hanno condotto fino al miraggio di terre lontane da raggiungere». Viaggiare è una passione ormai per molti, anzi per chi non lo è? Ma quanti sono in grado di rinunciare a qualsiasi mezzo e di spostarsi attrversando i paesi con la sola forza delle gambe? Questa è la storia di Marino Curnis 37enne che dalla provincia di Bergamo è partito alla scoperta del mondo camminando.

Viaggiare solo e a piedi… Da dove nasce quest’avventura?

«Da molto lontano i miei sogni di scoprire nuove terre erano già molto vividi quand’ero un bambino e sognavo tracciando sulla mappa gli itinerari dei grandi conquistatori… la Via della Seta era uno dei percorsi su cui ho fantasticato di più…».

Qual è stato il viaggio più significativo?

«Attraversare la Turchia è stato unico mi ha colpito il calore delle persone incredibile, mentre i paesaggi più straordinari li ho visti nella costa ucraina della Crimea, mentre in Nepal mi sentivo veramente e casa. Ma forse quello che mi ha illuminato di più è stato il Cammino di Santiago de Compostela in Spagna. La magia leggendaria dei celti mi aveva incuriosito poi il viaggio si è rivelato una sopresa».

Che cosa ha trovato lungo il cammino?

«Non sapevo cosa aspettarmi prima di partire, poi mentre camminavo è scattato qualcosa dentro di me, di un’intensità fortissima, ho capito quanto forte fosse la mia passione. Ho conosciuto persone, lingue e culture di ogni tipo e ho capito un mio limite anzi un problema comune, la comunicazione durante gli spostamenti».

Ovvero i problemi di lingua?

«Il concetto che si possa comunicare a gesti è uno stereotipo, durante il cammino te la cavavi sempre finchè non incontravi quella persona per cui l’inglese non era un territorio comune e mi è capitato di rimanere ore in silenzio senza riuscire a comunicare».

Da qui l’interesse per l’esperanto?

«La lingua comune è l’unico mezzo per non creare distinzioni e non privilegiare nessun popolo, viaggiare significa entrare in contatto con gli altri e scoprire come vivono».

L’”Eurasia Pedibus Calcantibus” è stato il viaggio più titanico ma anche il più devastante…

«Si, il mio progetto era quello di partire dall’Italia e poi attraverso l’est Europa di arrivare in Iran attraversarlo e arrivare fino al Giappone».

Invece?

«I visti che mi sono stati rilasciati non mi permettevano di attraversare i paesi a piedi perché erano quelli turistici pensati per chi viaggia in macchina, quindi ho contattato la ambasciate ma non ho ottenuto risposta. E dopo aver attraversato 9 nazioni (Italia, Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria, Turchia, Moldova, Ucraina, Iran) per 13 mesi di cammino lungo 6000 chilometri mi hanno bloccato davanti all’Iran e il mio “Eurasia Pedibus Calcantibus” è stato infranto, al mio ritorno ho raccolto la mia frustrazione dentro al libro di memorie “Il Sogno Calpestato”».

28 aprile 2011

di Emilie Spagnoli



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