Ecco risultati del concorso

Ci siamo.  Ecco i nomi dei vincitori dei nostri concorsi. Dopo un’attesa durata un’estate intera, il verdetto finale è arrivato. Una particolarità ha caratterizzato l’edizione di quest’anno: sia nella sezione letteraria che in quella fotografica ci sono stati due “ex aequo” al terzo posto. Segno evidente di una “battaglia” durissima. Quasi un migliaio fra lettere e mail sono arrivate in redazione. Un grazie a tutti e un arrivederci ai nostri fedeli autori.

LA CLASSIFICA:

 1) Viviana Viviani, “La grande amaranta”, Calderara di Reno (Bo);
2) Piero Piccinini, “Il primo giorno di scuola”, Ferrara;
3) ex aequo Gionata Arpetti, “Il mio miglior amico”, Macerata; Michele Fantuzzi, “Risolutezza poco decisiva”, Firenze.

24 settembre 2009

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Esiste, esiste.

Cate oltrepassò le porte girevoli, scivolò sinuosamente sul marmo rosa del pavimento, i tacchi a spillo rendevano la camminata più difficoltosa ma anche più sensuale, lei lo sapeva, e le piaceva anche.
Prima l’addio al celibato,poi la cerimonia ed infine i festeggiamenti ad oltranza.Ma lei doveva rientrare al lavoro il lunedì e così aveva abbracciato gli amici e,con un ultimo doppio caffè,era salita sul taxi,ancora con l’elegante tailleur da testimone di nozze.
Sorrise al piccolo,delicato bouquet che stringeva in mano, le rose si erano po’ aperte e i piccoli fiori bianchi del mughetto si intercalavano con minuscole bacche rosse.”Curioso”- pensò Cate -”non le avevo nemmeno notate prima,cinquanta ore senza dormire lasciano il segno evidentemente”sorrise ancora tra sé e sé. Porse il biglietto per l’accettazione: “ha qualche preferenza per il posto signora?” – “sì per favore, il più avanti possibile, corridoio…” -”bene ecco il 2C, buon volo” – “grazie”
Passò i controlli di sicurezza, porse la carta d’imbarco al gate ed entrò nel loading bridge. Erano gli ultimi passeggeri ad imbarcarsi, la signora anziana, davanti a lei, camminava lentamente ma Cate non ebbe cuore di sorpassarla, rallentò.Varcarono il portello.”Per favore, signorina, potrei avere un posto un po’ più avanti? Ho difficoltà a muovermi nello spazio ristretto”. 28 A . La hostess si rivolse ai signori della prima fila. Lui, al posto ideale per ogni viaggiatore, 1 C, prima fila corridoio scosse la testa con vigore e così il suo compagno. “Signorina”, cominciò Cate, ma la signora dell’1J si era già alzata.
Cate sedette, proprio dietro di lui. “Questo posto io l’ho scelto come passeggero vip, nessuno riuscirà ad occuparlo quando viaggio io, e io viaggio spesso” rise forte “ma perché ste vecchie non stanno a casa loro?” continuò col sollazzo del suo compagno.Cate non sopportava gli arroganti! Durante il breve viaggio le sue dita nervose strapparono le piccole bacche riducendole ad un pugno di polvere nel guanto raffinato. Cate si alzò. La hostess annunciò l’imminente atterraggio. Cate uscì dalla toilette,con noncuranza aprì la mano e la polvere cadde nella bevanda “..e vi preghiamo di chiudere il tavolino…”. Lui afferrò il bicchiere, trangugiò il liquido, la hostess ritirò il piccolo contenitore e lo gettò nel trolley dei rifiuti.
Sul bus lui era molto pallido,un po’ di nausea per l’atterraggio? I sintomi cardiologici subentrarono due ore dopo, un infarto durante la notte, si sa i vip sono soggetti a grandi stress.
Cate abbassò il giornale e sorseggiò il suo cappuccino preferito a San Lazzaro, sorrise, il posto 1C sarebbe stato libero dopotutto. E ditemi voi allora, esiste o non esiste il delitto perfetto?

 

Paola Nascetti, Loiano (BO)

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Lettera da un altro mondo

..un altro giorno… un giorno d’inferno.
Correre, fuggire da quei mostri o forse da noi stessi.
Per ora siamo vivi fisicamente, la nostro mente è fragile,
e peggio, la nostra anima sembra ormai perduta.
I nostri giorni proseguono nel terrore di essere catturati e
torturati fino alla morte.
Perché questo? Perché siamo finiti in questo incubo?
Vorremmo tornare a casa, le nostre famiglie ci aspettano con
le lacrime.
Vorrei che tutto questo fosse un brutto sogno.
…sono passati giorni, settimane, forse mesi. Non sappiamo
neanche quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che
stavamo lavorando al campo.
Aiutare civili, bambini, donne, militari. Era questo il
nostro lavoro.
Era il nostro Sogno, il nostro desiderio più grande dopo
la famiglia.
Era così bello vedere i Sorrisi di quelle persone che
ricevevano aiuto e guarivano.
Ricordo molto bene i loro lamenti, le loro urla, ma anche la
Luce nei loro occhi.
Un ricordo che mi fa male, continua a lacerare la mia mente
ed il mio cuore, quando penso che in un solo istante tutto
è cambiato.
Un giorno come un altro, si è trasformato in una tragedia.
…un boato, un altro e poi più nulla…
Non si vedevano più le tende, c’era molta polvere e
terra nell’aria. Non sentivo più nulla…
Davanti a me si apriva un scenario grigio, qualche raggio di
Sole penetrava in quel teatro oscuro, un’opera scritta da
un autore dell’orrore.
Rammento le grida, i corpi per terra, i miei compagni ed
altro… altro…
Non riesco più a continuare…
Stiamo fuggendo da troppo tempo, non abbiamo acqua da bere,
non abbiamo più nulla da mangiare.
Siamo esausti, abbiamo tanta paura.
Questa lettera, se mai verrà ritrovata, è per dire alle
nostre famiglie che vi vogliamo bene e che non abbiamo mai
smesso di Amarvi con tutto il nostro cuore in tutti i
momenti della nostra vita.Con Amore,

Mark, Stephen, Luis, Ylenia, Clark.
Campo 44b, 2nd Area.

di Marco Festa, Busto Arsizio (VA)

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Un destino oltre il mare

Un cuore che batte o forse un respiro, il tempo senza fine delle onde che si frangono sul legno impastato di pece e salsedine, ventre buio stipato di corpi madidi.
Shamir inspirò piano, passandosi la lingua sulle labbra aride.
C’era la siccità peggiore da quando i Kadir li avevano scacciati dalla valle, uccidendo chi non era stato veloce a fuggire oltre le colline. Così si raccontava.
Shamir un giorno si era inerpicato su per le aspre alture, deciso a guardarla almeno da lontano.
La delusione era stata cocente quanto l’afa sotto il cielo ostinatamente sgombro, vedendo le ferite spalancate delle miniere a cielo aperto, brulicanti di uomini simili a mosche su una carogna infetta abbandonata al sole.
Un sole feroce, che prosciugava la terra e le speranze di chi combatteva contro le zolle spaccate dal calore.
Piogge rade e troppe bocche. Per salvare il villaggio alcuni dovevano partire. Sua sorella si sarebbe sposata a breve fondando un nuovo focolare. Il fratellino aveva appena iniziato a camminare. E così era toccato a Shamir, dall’incarnato chiaro come la sabbia del deserto, perché la notte della fuga dalla valle la paura era stata tale da entrare sin nella pancia della sua mamma, scolorandogli la pelle. Così sì raccontava.

Il padre a quelle storie distoglieva lo sguardo.

Eppure la paura doveva essere stata tanta: molti erano i ragazzini pallidi della sua età.

Quasi tutti erano stati scelti “… perché di là dal mare la pelle chiara vi aiuterà a trovare un buon lavoro”, aveva spiegato sua madre carezzandogli i capelli e cingendogli il collo un pezzetto di metallo opaco con le sembianze del Dio Krun.
Ora Shamir respirava piano e stringeva la figurina tra le dita. Non aveva pianto il giorno della partenza e neppure quando alcuni compagni si erano addormentati tra le dune del deserto, troppo stanchi per proseguire. Ma lì, nel ventre buio della nave, le lacrime avevano iniziato a scendere, ancora e ancora, come la pioggia da troppo tempo esiliata dai cieli di Kreen.

di Licia Fiorentini

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Io, turista per caso

Avevo capito da subito le sue intenzioni. Ero li, in solitario cammino, lungo l’affascinante maestosità del castello tra i miei ricordi e sogni. Serata fantastica e promettente spensieratezza. Lo trovai vicino al muretto del castello della città. Io turista per caso, lui adolescente sbronzo e disperato. Barcollava ripetendo frasi sconnesse, si muoveva come se fosse una foglia al vento. Ora a destra, ora a sinistra, ora veloce, ora lento. Spinello in bocca, abiti sporchi e bagnati di birra, bottiglia vuota in mano. Che pena! Che schifo! Gettare cosi al vento la vita. Solo 17 anni aveva Marco. Solo pochi istanti avevo per intervenire. Cercava di salire sul muretto, con difficoltà, alla luce dei lampioni. Il ginocchio che si sforza di trascinare la sua anima verso il baratro sottostante. Poi solo morte, buio e solitudine. Tristezza per una vita volutamente scaraventata nel nulla della tragicità di scelte sbagliate. Scuola, amore, famiglia, soldi, amicizie, salute ? Quali gravi problemi puoi avere Marco? Cosa ti tormenta cosi tanto da ridurti a rinunciare alla vita a soli 17 anni? Mi avvicino rapido, silenzioso. Convinto che nulla mai potrà fermarlo nel suo intento di farla finita. Lo afferro per un braccio, lo getto per terra proprio quando sembrava essere riuscito a scavalcare il muretto. Perché ? Perché Marco? Chi sei? Dove sono i tuoi genitori? Dov’è la tua voglia di vita? Dove hai smarrito il tuo rispetto per te stesso? Lo abbraccio come fosse mio figlio. Fortemente ed ininterrottamente. Gli accarezzo i capelli. Piangi Marco, piangi e sfogati. Getta quello spinello, getta quella bottiglia. Getta i tuoi tormenti di adolescente. Getta i tuoi problemi oltre il muretto. Avvolgiti a me e piangi ma non sprecare più la tua vita ma vivila! La testa che si alza, gli occhi che mi guardano, un sorriso che s’accende. Un ringraziamento. Rivolto a me, turista per caso.

 di Maurizio Fallarino, Grosseto

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Desiderio, un amico di mio nonno

Desiderio è un uomo sessantenne, era nato e viveva con la moglie Crescenziana in una casa a tre piani, nella piazza del paese di Favella. L’uomo faceva il falegname,.mestiere ereditato da suo nonno .Invece Crescenziana era casalinga,non aveva figli cosi si dilettava a far vestiti di lana per i bambini del paese. Però in pochi mesi Crescenziana si ammalò e mori. Da quel giorno Desiderio, promise che non avrebbe più fatto il lavoro di falegname. Si rifugiò in montagna, nella frazione di Cestina. Essa era raggiungibile tramite una mulattiera, dove era rimasta una sola casa. Era tutta in legno,ad un piano solo, con le finestre molto piccole; la porta d’ingresso non superava il metro di altezza. Lì viveva la famiglia Fertis. Il padre ed il figlio erano legnaioli, la moglie impagliava i cesti di vimini, attività ereditata dalla sua famiglia. Questa attività, una volta era molto attiva lì, da l’intitolare il borgo “Cestina”, giù in paese tutti sapevano dove abita li Fertis, ma nessuno era mai andato a trovarli: ‘Sono strani, diversi da noi, nani… e poi lassù fa freddo, però sono bravi nel costruire le cestine di legno per contenere il cibo’. Questa era la voce, il giudizio dei favellesi. Desiderio,era l’unico in paese a possedere la patente B, ed era in possesso di un camioncino, “il cerbiatto”, che utilizzava il sabato mattina all’aurora per recarsi al mercato di Favella,a vendere la legna e le ceste di legno costruite con maestria dai Fertis.. Un giorno il sig. Fertis spiegò scientificamente a Desiderio che loro erano nani a causa di una disfunzione delle ghiandole del timo, paratiroide, ipofisi,che si sviluppa tra i 3 ed i 5 anni ed impedisce di crescere normalmente in altezza. Stanchi di vivere lì, sia Desiderio che i Fertis, costruirono un teatrino di legno da caricare sopra il “cerbiatto”, con dei vestiti di stoffa e la creta delle marionette. Poi iniziarono a girovagare di paese in paese recitare le storie, le leggende di Favella e dintorni.
di Maurizio Micucci

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Il gatto e il mare

Stesa sulla spiaggia, Giulia rifletteva sulla sua vita e avrebbe meditato ancora meglio se una voce sboccata dall’altoparlante non avesse costantemente disturbato il leggero fluire dei suoi pensieri informandola che iniziava il torneo di bocce o che un bambino si era perso. Ormai, a 35 anni, aveva perso ogni speranza di poter dare un senso al suo utero che non fosse una seccatura mensile e non la incoraggiava vedere le sue amiche affaticate per seguire i figli e i mariti; era inutile che sua zia le ripetesse che era una fortuna. Era stesa sulla calda sabbia, ma era sola e viveva la solitudine come una malattia cronica non mortale, a volte pensava che sarebbe stato meglio, ma inguaribile. All’improvviso sentì una specie di calda carezza, delicata come mai le era capitato di riceverne. Aprì pigramente gli occhi e, dopo un primo momento in cui non vide niente, notò il suo compagno: un gatto talmente piccolo che il palmo della sua mano era sufficiente per tenerlo. Lui mostrò di gradire le sue coccole, poi Giulia prese la borsa da spiaggia per tornare in albergo. Il gatto la pedinava, il suo sguardo era sempre più implorante. Dall’altoparlante Giulia fece chiedere se si fosse smarrito un gatto, ma non si ebbe nessuna risposta, così la donna riprese il cammino verso l’hotel, visto che tra l’altro il gatto era scomparso. “Fanno così…” le disse il bagnino. Lungo la strada, però, la borsa le sembrava troppo pesante e all’improvviso credette di sentire un miagolio flebile. Aprì la borsa e apparve il musetto tigrato del suo amico che iniziò a strusciarsi e a leccarle le mani. “Non posso…” esordì lei, ma l’animale sembrava sempre risponderle: “Ma sì che puoi!”. Stettero un po’ sulla panchina vicina alla fontana a scambiarsi carezze e leccatine, finché Giulia guardò l’orologio e impallidì: lei, che non perdeva mai tempo e non rideva, era stata un’ora a ridere e a coccolare un gatto! “Vieni con me! – disse – Magari ti trasformerai nel mio principe! Anzi, mi sa che lo sei già!”.

 

di Claudia Culiersi

 

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Notizie dal regno dei vanitosi

La Regina Vanity governava il regno delle civette ed aveva la fissazione della moda.
La Regina era stata in visita a Prato che, come si intuisce, era stata denominata così per le sconfinate distese verdi ed era abitata da una miriade di bipedi e quadrupedi.
Insieme a Mr. Cavallette, stilista preferito dalla Regina, erano andati a comprare le stoffe nella città simbolo della produzione di tessuti.
A Prato, Vanity aveva vissuto un’esperienza surreale ed era tornata nel suo regno con tanti metri di tessuto ma, soprattutto, con tante idee in testa per trasformare il proprio regno in una città moderna.
La Regina era rimasta stupefatta dalla viabilità caotica che faceva tanto ultimo grido.
Era stato stupefacente notare una serie di diavolerie come le Lam (mezzi di trasporto pubblici per quelle città che non hanno la possibilità di avere la Metropolitana ma che nell’anima non si sentono inferiori a nessun’altra comunità in cerca di pastore).
Vanity decise di apportare modifiche alla viabilità aerea in modo tale da renderla apparentemente caotica, eliminando i cartelli con le indicazioni, aumentando il tempo di permanenza nella sconfinata autostrada azzurra creando, ad arte, percorsi assurdi ed aumentando la concentrazione nell’aria di polveri di piume di civetta.
Prato costituiva poi l’antesignana dell’amore diffuso; esistevano luoghi d’incontro come parchi attrezzati per cuori solitari, dove ogni panchina rappresentava una sorta di agenzia matrimoniale.
Nell’ultimo periodo la Regina aveva dovuto affrontare, con provvedimenti speciali, le ormai vastissime difficoltà relazionali tra le civette: copiando l’idea da Prato, si volevano distribuire pillole il cui principio attivo era costituito da voglia di conoscere selvatica e autostima essiccata che conferiva un colore azzurrino al rimedio galenico.
I giorni passavano e Vanity decise che il regno delle civette sarebbe diventato, nel più breve tempo possibile, una piccola Prato.
Ovviamente, il tocco di stile poteva darlo solo un grande esperto di moda come Mr. Cavallette, il quale fu reclutato come consulente di arredi urbani ed extraurbani.
E fu così che Vanity si trovò a governare il regno più modaiolo ed efficiente del planisfero.

di Silvia Babbini, Prato

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Roma. Una soffitta. Un baule.

“….Devo fare pulizia. Ho tante cose da portare in soffitta . Questo vecchio baule di legno per esempio: cose inutili… da gettare! Sfido una montagna di ragnatele e polvere e lo apro: un vecchio book fotografico…un cd graffiato….due biglietti di un locale….un tappo di prosecco…. Guarda che bei capelli avevo nelle foto! Mi rifletto nella specchiera appoggiata sotto il lucernario…Non sono più così lunghi…il ciuffo è più rado…le tempie brizzolate…però…Niente male! Mi difendo ancora! Rovisto ancora sul fondo : un costume da babbo natale….una padella per la carbonara…..un paio di pattini a rotelle…. delle scarpe da ginnastica piene di sabbia….due racchette….una chitarra scordata… Quello che resta di quegli anni è tutto in questo vecchio baule. La polvere pesa sui ricordi come un macigno. Come fosse passato un secolo. Come se quel momento di vita non fosse capitato a me, ma a qualcun altro… Eppure…eppure ricordo bene quel volto. Una sferzata di capelli neri sulla mia faccia. Un profumo dolce e intenso, di mirto e salsedine, che mi agitava e scuoteva la mia durezza . Un sorriso….quel sorriso….che si schiudeva bello e sincero solo per me. Non l’ho più incontrata. Non ho una foto di lei. Neppure di noi. Ho solo questo baule da gettare…e un silenzio lacerante dentro lo stomaco… Lo richiudo di botto! Sbuffano nuvole grigie sul mio ciuffo che ricade , frastornato, appena sugli occhi nascondendo una ruga nuova. Con le mani lo spingo contro il muro e lo ricopro con i giornali. Da una rivista mi sorride una mia foto giovanile, ingiallita, in posa … Per ora resta qua. Il baule. Il suo carico di ricordi. Le mie paure di ragazzo…..”

di Febrilia

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Quel giorno in estate

In agosto il tempo mutò. Le nuvole si strascicavano per il cielo e a volte si scontravano provocando un rombante chiacchierio. Urla e rabbia si scatenavano in quell’azzurro messo sottosopra, poi, da quelle lacrime di donna. Non sembrava la stagione dell’allegria e Katrin era insoddisfatta e triste.
La sua amica penna la consolava di tanto in tanto. Rubava il tempo per starsene da sola, immersa tra i fogli di carta fruscianti e profumati. Quei ghirigori la facevano sentire bene e i ricordi invadevano la sua mente. Trascorreva parte delle giornate con il suo cane dai riccioli neri, il suo amico fidato.
Corri, corri con me, dai, io sono qui,…prendimi!
Il cucciolo la inseguiva tra i campi colmi di papaveri e fiordalisi. Era felice, saliva in groppa al suo cagnone, che però, dopo un po’ si sedeva e … giù a gambe all’aria!
Nei mesi estivi la piccola si spingeva oltre i campi, nei ruscelli dalle acque chiare, tra l’erba folta e verde. Una piccola rana vicino al fossato gonfiava e sgonfiava le gote in un ritmo prodigioso. I merli fischiavano e spargevano nell’aria inni alla vita. Saltava tra i sassi del fosso, avanzava, indietreggiava per bagnare quei piedini innocenti nelle acque fresche, poi tendeva la manina per cogliere i profumati fiori. Finivano tutti per regnare in un mazzo che lei orgogliosa avrebbe regalato alla mamma. I suoi occhi si illuminavano davanti alla bellezza della natura…
La sua piccola mano è sempre la stessa: tesa verso… come tanti anni prima; i suoi occhi luminosi sono sempre gli stessi: trasmettono la gioia di amare, il desiderio di amicizia, fanno dimenticare le sofferenze, ma soprattutto le passività , scattano foto dando unicità agli attimi della vita.
Era bellissima quella sera d’agosto mentre aspettava lui, ma senza sapere il perché lui non arrivò e rimase sola con la sua amata penna.
Sognava mondi lontani, un abbraccio forte e lungo, un bacio da brivido, ma niente le era concesso.

 

di Fabiola Saltamartini, Cingoli (MC)

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