Il sorriso perfetto

Ho fatto l’elemosina a un vecchio mendicante e lui mi ha regalato un foglietto sgualcito, scritto a mano ma con bella calligrafia, adesso sto molto attento ai ragnetti che mi girano per casa, forbicine, scarafaggi e altri insetti vari che prima avrei schiacciato senza problemi, ecco infatti cosa lessi in quel foglio:”Per tre volte quel giorno il Padre fermò la mano dell’Angelo della morte mentre si abbatteva sul giovane.
La prima volta fu per un sorpasso azzardato e la corriera dall’altra parte che gli veniva incontro troppo, troppo vicina, ma la falce fu deviata e uno stretto spiraglio si aprì per farvi sgusciare la moto.
La seconda volta fu più tardi sulla spiaggia quando un bagnino distratto, sfiorato da un refolo di vento, si volse al mare e lo vide che annaspava nell’acqua alta in preda ai crampi, in breve tempo lo raggiunse col suo pattino per trarlo in salvo.
La terza volta fu la sera mentre faceva l’amore con quella ragazza strana che aveva rimorchiato, gli avrebbe trasmesso l’Aids se lei non l’avesse obbligato a usare il preservativo.
“Chissà perché mi sono impuntata in quel modo” si chiese quella ragazza più tardi “visto che con gli altri uomini che mi capita di frequentare non me ne preoccupo affatto”.
Anche la Morte era stupita da tutto ciò e si rivolse pertanto al Creatore: ” Tu che reggi le sorti di tutti gli universi, Tu che sei indifferente all’infinito numero di vite che colgo in continuazione, Tu che mi permetti di mietere, con la logica di cui solo noi sappiamo il segreto, tanto tra gli umili quanto tra i potenti, dimmi perché, perché oggi puoi aver degnato della Tua attenzione per ben tre volte questo sciocco, insignificante, inutile giovane?”
” Perché egli ha avuto pietà, stamane al risveglio, di un millepiedi che si agitava prigioniero del lavello” gli rispose Iddio con sorriso perfetto.”
di Mauro Rossi, Rovigo

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Le ragioni del coltello

 L’antica osteria aveva subìto la violenza dei tempi: già nell’insegna era diventata  “HOSTARIA” e all’interno era stato evidenziato l’aspetto rustico. Ad un tavolo d’angolo tre uomini giocavano a carte attorno ad una bottiglia di vino rosso. Ma il salto nel tempo si fermava lì: ovunque, seduta ai massicci tavoli di castagno,  la nuova fauna  abituale frequentatrice di questi luoghi: attempate signore impellicciate ed ingioiellate accompagnate da uomini snob alla continua ricerca di ritrovi pseudo proletari. Anche l’atmosfera non era più quella fumosa di un tempo e non si udiva più il dialetto.  I tre al tavolo erano piuttosto nervosi: era la finale di un torneo privato, che nel mese precedente aveva fatto salire la posta ad una cifra considerevole, superiore alle capacità economiche dei partecipanti .  Finora la fortuna sembrava arridere all’uomo coi baffi, carnagione scura, piccolo di statura, che tanti anni prima era risalito dal sud, si era bene integrato nel quartiere, fino ad aprire un piccolo negozio. Ciò che gli altri non sapevano, era che la sua attività stava andando a rotoli, a causa di nuovi immigrati che tenevano aperti gli esercizi giorno e notte.  Ora l’uomo si trovava indebitato con persone poco raccomandabili, che lo avevano minacciato, nel caso non avesse saldato il debito moltiplicato da interessi pazzeschi.  Questa era l’occasione per salvarsi;  si era sempre comportato bene, su al nord, ma al suo paese era stato un giocatore incallito, abilissimo a maneggiare le carte, meglio di un prestigiatore, capace di barare in modo da non colpire l’ attenzione degli altri, senza cupidigia e lasciando spesso il piatto anche agli sprovveduti compagni di tavolo.  Ora recuperava la sua abilità per salvarsi: aveva le sue buone ragioni per infrangere il patto con sè stesso.  “ Ho avuto più fortuna di lui ” pensò volgendo lo sguardo verso il bancone, dove stava appoggiato un altro immigrato che non aveva saputo integrarsi. L’ africano,  sempre infreddolito, sperperava i pochi euro guadagnati con lavori saltuari bevendo birra e maledicendo la vita;  anche quella sera uscì barcollando dal locale.   Ultimo giro di carte ed il piatto fu suo: non ebbe fretta di raccogliere i frutti della lunga e meditata truffa, ma alla fine 10.000 euro finirono nelle sue tasche,  accompagnati dai mugugni degli altri giocatori e dalle allusioni al suo fondo schiena. ” E’ fatta!” pensò, ed uscì  salutando tutti, non prima di aver offerto le consumazioni. Nell’aria gelida della notte attraversò il parcheggio, felice. Davanti a lui una figura nera si distingueva appena nel buio: solo la lama di un coltello brillava.  “Dammi i soldi!”. Conosceva bene quella voce e quel pessimo italiano: troppe volte l’aveva sentita ordinare birra e maledire.  Cercò di tergiversare,  di esporre le sue ragioni, implorò, ma come risposta sentì solo una fitta al fianco: cadde a terra, mentre una mano frugava le sue tasche. cercò di gridare, ma solo un rantolo accompagnò la figura che si allontanava correndo, confondendosi con la notte. Si chiese perchè: aveva ancora mille ragioni per vivere, ma queste nulla potevano contro l’assurda ragione della violenza: lo capì mentre sentiva la vita andarsene lentamente, come le sue illusioni.

di Vico, Bologna
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Notte estiva

Stasera Fanfi non ha voglia di starsene accoccolato sulle ginocchia della bambina. Inutilmente lei accarezza il suo lungo pelo bianco; il gatto si alza di scatto e corre via a coda ritta sgusciando dalla porta semiaperta. Di mala voglia Anna si alza e cerca di riacciuffarlo, ma appena fuori è presa dal profumo della sera, dal cielo di velluto nero, dal chiacchiericcio dei vicini che, seduti sulle sedie davanti all’uscio di casa, stanno a godersi il fresco. Intanto Fanfi sembra sparito; poco dopo però Anna intravede la sua sagoma bianca vicino alla redola che porta ai campi, tutti ordinatamente coltivati ad ortaggi. ‘ Guido,  Stefano, Lucia!’ In un attimo la combriccola che si era separata solo per andare a cena è di nuovo insieme. Dai, arriviamo alla capanna? No, fino all’alberone!Anna esita un po’, ci sono regole precise da rispettare, limiti da non oltrepassare fissati da sua madre Lo sai c’è il pozzo, non voglio che tu ci vada! ma si vergogna davanti agli amici che sembrano così sicuri e decide che va. E poi non c’è la scusa di riprendere Fanfi? Aspettatemi! La nera sagoma della siepe di bosso, che tanto ama di giorno, ora quasi le mette paura.  Sente di essere molto vicina al cancellino che porta all’orto del nonno : il profumo dei gigli che , dritti, sembrano fare la guardia, la guidano nel buio. I suoi amici si divertono spesso a lasciarla indietro, perché intuiscono bene il suo timore, che pure lei tenta di dissimulare. Ma ecco che Fanfi sbuca all’improvviso dall’asse rotta del cancello. Anna riprende coraggio, lo chiama, ma niente. In un balzo il gatto gira verso il pollaio ed è sul tetto di bandone. Ancora chiama gli amici che hanno preso verso l’alberone:riconosce la voce di Stefano, poi quella di Lucia. Si stanno divertendo alle sue spalle. Ma Anna è orgogliosa . Va avanti fino alla grande capanna dalla porta semiaperta e da lì sbucano fuori con gran chiasso i tre amici. Anna sobbalza, ma è anche molto contenta.’Però siete proprio ignoranti!’ Ora i quattro si tengono per mano e corrono strattonandosi, inciampano, ridono. La sagoma dell’alberone -un gigantesco pioppo ricoperto di edera- si staglia nel cielo scuro ma al di là un campo di grano ormai alto e maturo: e sopra, a migliaia, in moto incessante, lucciole! E’ una frenesia di lumini, che si accendono e spengono in una danza vorticosa. I quattro si buttano sull’erba e Fanfi viene a strusciare il suo muso sulle gambe di Anna.

di Silva Bertocci, Pistoia

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La prima volta

Sì , lo confesso , ho ucciso io Rosa Maria. Non ricordo nemmeno come ho fatto. Lo so che non mi crederete . Mi avete trovato nella sua casa , ricoperto del suo sangue, con un rozzo rompighiaccio in mano che avete in seguito stabilito essere stata l’arma del delitto. A che serve a questo punto aggiungere qualche elemento nuovo alle prime dichiarazioni, sforzare la mente per rievocare piccoli particolari che sembrano essere andati perduti per sempre, quando nessuna vuota e inutile parola potrà mai modificare la gravità di ciò che è accaduto? Eppure devo farlo. Il tempo in carcere è interminabile. Io non ho parlato più con nessuno dal giorno del mio arresto. Nemmeno con quel compagno di cella che mi avete mandato con l’unico scopo di raccogliere informazioni. Diceva di essere un assassino lui. Che fuori gli avevano dato il nome di “Mostro”. Ma io so distinguere gli uomini divorati dal male e dall’odio. Quelli che si votano alla causa dell’omicidio. No. Questa persona non mi avrebbe mai potuto trarre in inganno. Che perdita di tempo che è stata per voi! Pensare che un miserabile ladro di polli potesse penetrare nella mia mente! Quante volte nell’oscurità del mio piccolo mondo sono scoppiato a ridere ripensando a questo buffo episodio! E poi , dopo quelle piccole e felici parentesi , ritornava il silenzio. Indescrivibile. Solenne e magnifico. All’inizio questa condizione esercitava un fascino enorme su di me. Avrei voluto che tutto si fermasse. Avrei voluto essere inghiottito da quell’ambiente e confondermi con esso. Diventare un pezzo di cristallo. Una roccia vulcanica. Una leggera nuvola di vapore. Col tempo questo desiderio purtroppo si è trasformato in una ben diversa forma di alienazione e di schiavitù. Io sto male. Un malessere generale e diffuso. Un senso di angoscia opprimente e continuo. L’anticamera della pazzia. Il prete che ci viene ogni mattina a visitare sostiene che si tratta di rimorsi di coscienza. Questa sarebbe la causa dei mie mali. E il medico naturalmente non ha trovato nessun serio principio di degenerazione sul mio fisico perfetto. Forse dovrei prestare ascolto a quelle parole. Ma prima ancora di analizzare il mio stato emotivo vorrei liberarmi l’anima e il cuore da un vecchio peso. Io ho conosciuto Rosa Maria quando avevo sedici anni . Avevo la vita davanti a me. Stavo crescendo sano e robusto. Avevo una energia inesauribile. Le migliori speranze. I migliori propositi. Lei era una delle cameriere che servivano l’albergo nel quale trascorrevamo sempre le vacanze nel mese di luglio. Io e una nutrita rappresentanza della mia classe intendo. Il gruppo di ragazzi più irrequieti della città. Pazzi. Scalmanati. Litigiosi e furfanti. Solo. Non ce ne era una che avesse ancora fatto l’amore con una donna. Questo in fondo era il nostro punto debole. Non che ne parlassimo spesso. Ma sapevamo bene che era questo che volevamo più di ogni altra cosa. E anche i ragazzi peggiori, lo sapete, sognano di conoscere il sesso nel modo più dolce. Così anche io desideravo un angelo che mi parlasse. Che mi educasse al piacere più grande e più bello. Una guida sensuale che mi avrebbe fatto vivere una esperienza indimenticabile e che avrei portato dentro il cuore fino alla fine dei miei giorni. E Rosa Maria era interessata a me. Mi seguiva con lo sguardo quando rientravo insieme ai miei compagni dopo una partita di calcio. Mi sorrideva con una malizia che ancora io non conoscevo quando facevo colazione con pane e marmellata. Ed io ricambiavo la sua attenzione. Per quello che mi era possibile. Purtroppo non eravamo mai soli. Non si creava mai la situazione favorevole. I nostri insegnanti erano bene decisi a fornirci una vacanza sana e sportiva ma niente di più. La disciplina che regnava in quella struttura era simile a quella che potrebbe esserci durante un ritiro religioso. Ma il destino lavora alacremente per sbrigare tutti i suoi affari e un bel giorno mi ritrovai nella semioscurità della camerata con il dolce bisbiglio di Rosa Maria nelle orecchie. Il contatto con le sue labbra morbide e umide riuscivano a scuotere tutto il mio corpo in una lunga e piacevole vibrazione. Baci. Erano baci quelli che mi dava sulle labbra. Ancora non li conoscevo. E provavo anche un senso di misterioso calore dentro di me. Ancora qualcosa che non avevo mai sentito prima. Mi prese per mano e mi guidò in un’altra stanza che si era provvidenzialmente liberata proprio in quelle ore. Il viaggio nel corridoio buio cominciò ad essere pieno di cattive sensazioni. Quando si chiuse la piccola porta di legno alle mie spalle avevo il cuore attanagliato dalla paura. Rosa Maria. I suoi baci non erano stati abbastanza profondi. Il suo sorriso non era più dolce e pieno di gioia ma c’era come una smorfia pronta a deturparle il viso. E quando i nostri corpi rimasero nudi su quel letto, non c’era più calore ad animarli. Mi prese il terrore. Quella donna mi stava portando via dalle mani il sogno più bello. Per quale motivo? A che cosa era servita una recita così perfetta per poi farmi cadere in una trappola così terribile? Io la odiai in quel momento. Con tutte le mie forze. Quell’essere che continuava a fissarmi con aria indifferente e dispettosa , immobile come una statua, non poteva per nessuna ragione al mondo pensare di farla franca. In quel momento, credo, la uccisi. Non trentacinque anni dopo come voi vi ostinate a ripetere. Non l’ho ricercata per il Paese, seguita e pedinata a lungo e infine uccisa con un rompighiaccio di acciaio nella sua stanza da bagno. L’ho uccisa allora. Solo una volta. E tanto tempo fa.
di Francesco Fiorini

 

 

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Il cartoccio di zucchero

…La moka fumante era pronta. Ho preso la mia tazzina bianca di porcellana, l’ho riempita di caffè e, col piattino e la mia bella zuccheriera d’argento (un mio piccolo lusso di operaia) mi sono spostata dal cucinotto all’angolo della lunga tavola di cucina, per potermelo gustare seduta.
Fuori dalla finestra era ancora buio, si sentiva tepore nella casa ed era certamente una carica in più, per le fatiche che, purtroppo poi, avrei dovuto affrontare.
Ma la zuccheriera era vuota e dal mobile dispensa, proprio dietro di me, ho preso un pacchetto di zucchero per riempirlo. L’ho fatto, ho inzuccherato il caffè, lo stavo bevendo quando lo sguardo si è posato sul pacchetto, o meglio, sulla scritta zucchero.
Non era la solita, quella che mille volte si legge, senza farci più caso. Era diversa.
Non avevo gli occhiali e mi sono avvicinata al pacchetto, leggendo così: “La via dello zucchero”. Già per me questa, una piccola poesia. Poi ancora..”barbabietole 100% italiane” e una foto di un’immensa distesa di barbabietole.
E qui è scattato un frullio di ricordi. Romagna. Bagnacavallo. Alfonsine. Anno 1954.
Siamo ospiti, io e il mio futuro marito, da alcuni suoi parenti contadini, e proprio in quel periodo raccoglievano le barbabietole, appunto.
Lui andava ad aiutarli e, quando verso le otto e trenta mi alzavo, loro tornavano dai campi per fare la prima…colazione, che era un pranzo vero e proprio. Ricordo la donna di casa, intenta a fare la pasta in casa che, se non sbaglio, chiamavano i passatelli. La loro grande ospitalità, il loro gioioso “voi bè?” (vuoi bere?) e i loro materassi riempiti con le foglie di granoturco, ma che il loro rumore ad ogni più piccolo movimento mi faceva sorridere, anziché indispettirmi.
Così da un semplice pacchetto di zucchero, un po’ di poesia, una spolverata di geografia e si, anche un po’ di storia del costume.
Ringrazio chi, ha avuto il garbo di illustrare su un cartoccio di zucchero un po’ di storia (per me).di Anna Benedetti Ferroni, Firenze

 

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Il numero nove

 

Oramai non potrò più.

Quella del 2006 è stata l’ultima occasione. Poco più di un anno fa, infatti, una subdola emorragia cerebrale mi ha lasciato come ricordo una limitazione del campo visivo: insomma, se voglio guardare a sinistra, devo voltare completamente la testa, in quanto il sott’occhio verso sinistra è andato per sempre. Non guido più l’automobile, ma anche il semplice camminare a passo veloce nasconde notevoli insidie, per me.

A dicembre del 2007 ho dovuto dare forfait. L’appuntamento era di quelli imperdibili. Dal 1991, anno del mio insediamento nella splendida Ferrara, tutti gli anni ero là e di anno in anno miglioravo la mia prestazione.

Ero riuscito con una meticolosa preparazione a dare sempre più il meglio di me, al punto che nel 2006 avevo coronato quello che era il mio sogno, entrare nei primi dieci.. Ricordo come se fosse oggi. Ero immediatamente dietro la linea della “pole”, come sempre d’altronde, perché tatticamente la posizione migliore. Ricordo ancora l’uomo della security farsi da parte e cedere il passo ai concorrenti. I neofiti imboccavano puntualmente il corridoio a sinistra, sicuramente il più ospitale, ma alla fine questo si rivelava “un cul de sac” e pregiudicava la gara.

Avevo imparato da tempo che bisognava infilarsi nel corridoio centrale, mantenendosi al centro, per evitare insopportabili sorpassi. Perché se è vero che si partiva piano, era anche vero che man mano la velocità incalzava. A quel punto la differenza la faceva il carrello giusto. Alla scelta di questo dedicavo ormai almeno un’ora, prima della partenza. Era necessario verificare l’equilibratura della ruote e la fluidità delle stesse. Quanti concorrenti ho visto abbandonare la gara a causa dell’inadeguatezza del carrello!

Il risultato di quell’anno, per me, fu veramente lusinghiero: Ero riuscito a staccare il numero nove all’elimina-code del banco del pesce dell’ipermercato nel giorno della vigilia di Natale. Oltretutto se consideriamo che tra i primissimi molti avevano gareggiato, molto slealmente, senza carrello, il risultato era stato veramente straordinario.

E’ incredibile come nelle orecchie resti il frastuono delle ruote dei carrelli, che sempre più velocemente puntano al traguardo; il vociare delle persone, che invocano di fare attenzione; la domanda del tizio, come me, in attesa di essere servito al banco del pesce e la mia risposta: “Che numero ha Lei, io ho il 93? Di rimando io, che sono arrivato solo cinque minuti prima di lui, e con aria tronfia: “Io ho il nove!

Oramai non potrò più.

di Luigi Confessore, Ferrara

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Un elettricista

Un paio di sere addietro si è fulminata la lampadina in stanza proprio mentre stavo andando ad appollaiarmi nel letto. Non l’ho di certo cambiata ed il di’ seguente me ne sono scordato: ho ronfato magicamente per tutto il tempo; ma ci sono discrete probabilità che mi sollevi dal divano per farlo, potrei azzardare,oggi stesso. Ma sì, trovo che l’angoscia di alzarmi a faticare sia ben bilanciata dalla felicità di svolgere quell’unico lavoretto casalingo senza creare danni.
Qualsiasi altra cosa richieda una riparazione come lavandini, tapparelle, battiscopa, muri, mobili,ecc…mi getta dal beato riposo ad un melmoso panico dal quale esco sempre sudato,innervosito,scomunicato e con,manco a dirlo,il problema ancora da risolvere.
Così, anziché sperperare energie, ho trovato più proficuo indirizzarle cercando e invitando qualcuno che, aggiustandomi il guaio, mi istruisca anche sul come fare per il futuro.
Nel vedere gli altri lavorare devo dire di essere particolarmente bravo: guardo con attenzione, prendo nota, ove non capisco domando ed osservo scrupolosamente il minimo dettaglio scribacchiando dei promemoria.
Con le mani intrecciate dietro la nuca mi sdraio sul letto entusiasta di aver compreso e felice al pensiero che alla prossima volta riuscirò a farcela senza alcun aiuto. Addirittura mi sento levitare dalle lenzuola all’idea che quando qualcuno al bar, per strada o in un ascensore lamenterà lo stesso problema potrò intervenire con tronfio tono: IO…IO…IO LO SO FARE!
Ma passano i giorni, le settimane si compattano in mesi i quali diventano anni, nessuno si lamenta il guaio non si ripete ed io, non esercitandomi, mi dimentico di tutto, anche di quei promemoria archiviati in chissà quale pattumiera, e quando un di’ ricapita, il ricordo si frantuma e tutto torna come la prima volta.
Dopo tutto questo pensare, ma sta lampadina si sviterà in senso orario o antiorario?boh, mi rigiro sul divano: in fondo la stanza non è poi tanto buia.

 

di Alberto Lorenzon, Cesano Maderno (MI)

8 settembre 2009

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Eterno insoddisfatto

“Salve. Mi presento. Sono l’Eterno Insoddisfatto. Sono quello che s’alza presto la mattina, apre la finestra e sbircia in qua e là, alla ricerca di una novità, di un qualcosa che produca stimoli, di un qualcosa che in fondo non esiste, se non in quella parte remota del mio cervello, chiamata speranza; sono quello che non avendo trovato la tanto sospirata novità, vede grigie nuvole e turbolenti temporali, al posto del magnifico sole, che in realtà brilla alto, nel terso cielo azzurro.”
L’Eterno Insoddisfatto ride a mala pena, si emoziona ancora meno, gode pochi istanti appena, per una sbiadita gioia passeggera; torna il broncio sul suo volto e non esiste consolazione che possa rincuorarlo:
“Mi dispiace, ma lei non è adatto”, è la frase che sovente si sente dire, da chiunque incontri lungo il suo percorso quotidiano.
Irritato, nervoso e naturalmente insoddisfatto, guarda con ansia la TV, morde con rabbia le sue unghie, soffre e maledice qualunque notizia passi attraverso il TG; lui non è di certo bello, non scende a patti con nessuno ed ha il brutto vizio di esibire, ancora con un certo orgoglio, la sua grande dignità:
“Riuscirò dunque a ritagliarmi uno spazio in questa nostra assurda società?”
Piange in silenzio l’Eterno Insoddisfatto, dopotutto una qualche piccola emozione riesce ancora a provarla, si dimena, quando vede quel bicchiere mezzo vuoto, impreca contro tutto e contro tutti:
“Mai un giorno in cui tu sia felice”, spesso gli ripetono, le care persone che gli stanno accanto.
L’Eterno Insoddisfatto scappa via, sbattendo con inaudita violenza la porta; si ritira nella propria stanza, si getta tra le lenzuola del suo letto e finalmente si distende.
Chiude gli occhi, si rilassa, libera la mente dai cattivi pensieri quotidiani, per lasciare finalmente spazio a quelli nuovi: sorride l’Eterno Insoddisfatto, mentre sogna un luogo fantastico, ritagliato su misura per lui e per il suo temperamento.
E’ finalmente soddisfatto, felice e mansueto!
Lui è l’unico padrone di quegli incantevoli paesaggi, cui a nessun altro è permesso accedere; sa ancora emozionarsi, sa addirittura ridere fragorosamente, ma sa anche che tutta quella dolce beatitudine, durerà una notte appena e nuovamente si rattrista… ed un fascio di luce solare attraversa la finestra, colpendo quel fragile volto, che tra poco perderà tutto il benessere acquisito.

di Marco Canella, Tresigallo (FE)


7 settembre 2009

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Ritorno a casa

 

Freddy voleva solo tornare a casa.

Non gli piaceva il posto in cui si trovava ora.

Il pavimento era freddo, duro, non riusciva a trovare una posizione che gli consentisse di riposare.

La stanza in cui lo avevano rinchiuso non era molto grande e doveva dividerla con altri cani anche loro smarriti,  soli,  lontani dai loro padroni,  se mai ne avessero avuti.

Il suo naso umido non percepiva odori familiari e i suoi occhi liquidi non vedevano al di là delle sbarre della piccola finestra posta in alto, vicino alla porta.

Si trovava lì dopo che un signore gli aveva messo uno strano collare attaccato ad un lungo bastone e lo aveva tirato con forza dentro una gabbia. Freddy odiava i collari, le catene, i guinzagli e ogni altra cosa gli impedisse di sentirsi libero. Abbaiare forte fu inutile. La sua padrona non poteva sentirlo, si era allontanato troppo.

Un giorno uguale a tutti gli altri,  mentre la signora vestita di bianco entrava nella stanza per portare le ciotole con il cibo,  riuscì a scappare; aprì col muso la pesante porta di ferro lasciata socchiusa e corse più forte che poteva verso la libertà.

Sapeva qual’era la direzione giusta da seguire;  il suo fiuto non aveva mai sbagliato prima d’ora.

Più si avvicinava e più correva veloce.

Presto avrebbe ricevuto le tenere attenzioni della sua padroncina Giulia.

Farsi accarezzare il pelo dalle sue piccole manine calde e sentire la sua voce dolce sussurrare nelle sue orecchie era ciò che più adorava al mondo. Lui la ripagava scodinzolando vistosamente e leccandole il viso in modo affettuoso, come fosse un cucciolo.

I suoi sensi sviluppati non riuscirono a percepire in tempo il forte rumore stridulo che lo colse da destra. L’impatto con l’auto fu inevitabile, venne spinto in aria con violenza per poi ricadere pesantemente a terra, rotolando per alcuni metri.

Un lampo gli obnubilò la vista e il respiro si fece affannoso. Un senso di libertà lo pervase.

L’odore dell’aria gli fece capire che era arrivato dove voleva.

Freddy voleva solo tornare a casa.

di Luigi Bellei, Sassuolo (MO)

7 settembre 2009

 

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Pace e vino

Nella quiete notturna, appena disturbata dal ronzio dell’aria condizionata, Vasco Armatani sudava freddo. Non per la temperatura della stanza, non riusciva a fermare l’agitazione che lo pervadeva. Carmine Pace, il boss della mafia del nord est, si aspettava qualcosa da lui. Come ogni anno, in quel periodo organizzava una grandiosa festa per promuovere i vini della cantina, la più grande della regione, che in realtà serviva di copertura ai suoi traffici. Pace in festa era diventata un’ossessione per il povero Armatani, che ogni anno doveva annunciare la manifestazione sul quotidiano per cui lavorava. I favori che ne riceveva in cambio gli facevano decisamente comodo, ma in quel momento avrebbe volentieri rinunciato a tutto pur di liberarsi da quel problema. Al giornale gli avevano detto che a causa dello spazio ridotto non sarebbe stato possibile pubblicare la solita nota. Sul tavolo la bottiglia di prosecco, di cui riceveva dal boss, una regolare e abbondante fornitura, era quasi finita. Ma l’alcool non bastava a tranquillizzarlo. Carmine aveva appena telefonato: “Come va? - aveva chiesto- Sono proprio curioso di leggere il tuo pezzo domattina…”. Aveva provato ad avanzare qualche scusa, ma l’unica risposta era stata. “Non avrai bevuto troppo? Sai che il vino può anche fare molto male”. E aveva sottolineato molto male.
Adesso era in un vicolo cieco. Nonostante le sue insistenze, il posto per l’articolo non s’era trovato e Carmine Pace invece lo aspettava. Impensabile una fuga all’estero, dalla sua villa di Cormons il boss aveva ramificazioni in tutto il mondo, in poco tempo l’avrebbe trovato.
Scolò quel che restava del vino, ma uno schianto glielo mandò di traverso. Sfondata la porta, due scagnozzi entrarono nella stanza, scortando don Carmine.
“Allora, Vasco -attaccò il boss-. Che si fa? Si festeggia? Vedo che ti sei scolato una bottiglia del mio miglior prosecco. E non hai neanche assaggiato i tarallini che ti avevo mandato. Hai buone notizie per me?”.
La fronte di Armatani si imperlò e grosse gocce di sudore cominciarono a cadere. Balbettò qualcosa, ma non fu molto credibile.
“Vasco, Vasco - proseguì Pace-, tu mi deludi. Io ho fatto tanto per te e tu mi ricambi così? Ho fatto una telefonata in redazione e mi hanno detto…”
Armatani si sentiva male, provò a farfugliare: “Domani, forse dopodomani…”
“Domani no, è troppo tardi, non ci sarete né l’articolo né tu. Vito! Rosario! Vasco qui si sente male, ha bisogno di un po’ d’aria, portatelo in terrazzo”
“Non… non ho un terrazzo” balbetto Armatani.
“E’ lo stesso, il fresco fuori dalla finestra ti farà bene, vedrai. Qui al decimo piano arriva un’arietta
freschissima”
I due armadi a servizio di don Vito si mossero, avvicinandosi minacciosamente. In quel momento una sirena cominciò a farsi sentire vicina.
“E muovetevi - disse il boss -. Non vorrei che questo stronzo avesse chiamato la polizia!”
Armatani non ebbe nemmeno il tempo di sperare in un salvataggio dell’ultimo minuto: I due bestioni lo afferrarono e lo scaraventarono fuori dalla finestra, mentre la sirena si avvicinava.
Don Vito si affrettò ad uscire. Gettando uno sguardo alla bottiglia vuota, disse: “Glielo avevo sempre detto che bere troppo fa male. Ora la Pace che conoscerà sarà quella eterna”.

di Gustavo Campari, Ventimiglia (IM)

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