L’Italia del cemento e delle cave

© Jürgen Freund / WWF-Canon
Circa 375 milioni di tonnellate di sabbia, ghiaia e pietrisco vengono ogni anno cavate in Italia. A questi si aggiungono circa altri 320 milioni di tonnellate di argilla, calcare, gessi, marmi. Sono 1796 le imprese del settore che danno lavoro a circa 14 mila addetti. La gran parte del materiale viene utilizzata nel campo dell’edilizia, sia residenziale che non, una quota significativa va invece alle pavimentazioni stradali. Questo complesso sistema di estrazione ha trasformato parti del nostro territorio in un vero e proprio gruviera: secondo Legambiente oltre 5.700 sono le cave in esercizio, oltre 10.000 quelle dismesse e abbandonate. Il tutto regolamentato da norme in buona parte risalenti al 1927 e con competenze di controllo e verifica (e quindi di autorizzazione) rimesse alle regioni dal 1977. Regioni che certo non hanno brillato nel dimostrare efficienza e puntualità nella gestione di un settore così cruciale e delicato. Prova ne sia che la metà delle Regioni italiane non ha un piano cave operativo. E così mentre le concessioni vengono rilasciate a pochi spiccioli, mentre addirittura in alcuni casi (per fortuna rari) si autorizzano estrazioni gratuite nelle aree fluviali con la scusa di realizzare “casse di espansione” da utilizzarsi in caso di piena dei fiumi, i guadagni a vantaggio di pochi (e a scapito della collettività) sono davvero enormi.
Affianco a questa fiorente economia, definita dagli stessi operatori di settore (raggruppati nell’ANEPLA, Associazione Nazionale Estrattori Produttori Lapidei ed Affini) in significativa crescita e maturazione, il nostro Paese si distingue in Europa (secondo solo alla Spagna) per la produzione di cemento. L’AITEC (Associazione Italiana Tecnico Economica Cemento) dichiara che nel 2007 nel nostro Paese si sono prodotte oltre 47,5 milioni di tonnellate di cemento, con una flessione di 0,3 milioni di tonnellate rispetto all’anno precedente; insomma un settore che in un periodo economico non facile (seppur non così grave come oggi, la crisi si faceva sentire già qualche anno fa) è in sostanziale tenuta. Sempre stando all’AITEC, quasi il 70% del cemento viene destinato all’edilizia, prevalentemente a quella residenziale (36,1 % per l’edilizia residenziale, 30,4% per quella non residenziale, 33,5% per le opere pubbliche).
I pochi dati riportati qui fanno scaturire una riflessione semplice quanto drammatica: il settore delle costruzioni (inteso nel suo complesso) non è sostenuto da una reale necessità edificatoria (almeno non nei termini a cui assistiamo), ma dalla necessità di tutto il comparto edile di auto mantenersi, quindi dagli interessi economici enormi che sono dietro le attività sia di cava ed estrazione, sia di produzione di cemento, per non dire degli interessi che sottendono i cambi di destinazione fondiaria (da agricola a edificabile) e quelli che governano il mondo delle imprese edili che più di ogni altro sono in grado di condizionare piani regolatori e strumenti di pianificazione regionale.
Nel Paese delle seconde case, quale l’Italia è, ci si deve oggi domandare quale sia e dove stia l’interesse pubblico del costruire. Certo c’è un problema abitativo che riguarda le fasce economiche sociali, certamente ci sono cose da fare e non poche, altrettanto certamente dobbiamo dirci che non abbiamo bisogno dell’espansione urbana nei termini che si stanno prospettando e che molti comuni (Roma in primis) hanno programmato. Allora certamente esiste un interesse pubblico a non perdere posti di lavoro, ma con estremo rigore se il mantenimento di queste imprese e di questa occupazione va a scapito di interessi comuni come l’ambiente e il territorio allora il soggetto pubblico deve governare un processo (anche a medio o lungo termine) di riconversione del settore. Atti, dichiarazioni, delibere, scelte amministrative sembrano invece vadano in tutt’altra direzione.









