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Decrescita felice – La soluzione a cavallo della crisi

27 febbraio 2009 0 commenti

Il convegno di Roma

Il convegno di Roma

«La crisi è una buona notizia, un evento tragico che può diventare opportunità». Con queste parole Serge Latouche, professore di economia all’Università d’Orsay, raccoglie sinteticamente il senso del convegno «La strategia della lumaca», conclusosi ieri a Roma presso palazzo Valentini. L’incontro, un’occasione per riflettere intorno alla teoria economica della decrescita, ha dato visibilità alle buone pratiche messe in atto da associazioni, reti civiche, network, enti locali sui temi di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla solidarietà, sull’equità e su nuovi stili di vita.
«La recessione - ha continuato Latouche - anche se porterà sofferenza per i ceti medi, può creare lo shock necessario per uscire dalla schizofrenia dei nostri governi e di noi stessi. Stiamo diventando tossicodipendenti del consumo, del lavoro, siamo caduti nella trappola della torta: il Pil».


Una nuova «rete»

Il risparmio energetico, la sostenibilità, l’ecologia e la biodiversità, però, devono essere sostenute da un grande cambiamento. Secondo l’assessore alle Politiche culturali della Provincia di Roma, Cecilia D’Elia, «pensare in termini di "decrescita" significa mettere al centro della politica le scelte e i comportamenti individuali dei cittadini». Un cambiamento, dunque, che ha le sue radici in un modello di sviluppo di una responsabilità individuale che preveda la partecipazione e la condivisione di nuovi percorsi. Una trasmissione di beni, merci, saperi e capitali, che mira al benessere collettivo. Ma basta l’iniziativa individuale per poter affrontare questa rivoluzione? Per Riccardo Troisi, presidente del Consorzio Città dell’altra economia, è essenziale che si vengano a formare reti, veri e propri distretti di economia solidale che tengano conto di alcuni aspetti fondamentali. Scambio di prodotti in un’ottica a dimensione locale, un’alleanza sul territorio che favorisca la filiera corta, e soprattutto una coscienza di sostenibilità ambientale e sociale. Secondo Troisi, dunque, «la sfida è mettere insieme chi lavora per l’ambiente, l’equità, la pace, l’economia solidale, l’energia rinnovabile e i beni comuni».

L’Associazione Palocco per Kyoyo, tiene conto proprio di questa necessità. A presentarla è Denise Lancia, presidente del gruppo. «La nostra associazione nasce davvero dal basso. Un manipoli di residenti che, a fine 2006, sentendo parlare di energia solare e incentivi in cantiere nella finanziaria 2007, comincia a scambiarsi idee, a guardare il proprio quartiere, a chiedersi quale trasformazione positiva avrebbe potuto renderlo adeguato all’attualità dei cambiamenti climatici, del costo e della dipendenza dall’estero dei combustibili fossili».
Attraverso convenzioni, pressioni sulle istituzioni, e la creazione di un Gruppo d’Acquisto, Palocco per Kyoto ha permesso l’installazione di 20 tetti fotovoltaici e di 30 impianti di solare termico, ottenendo il riconoscimento della Commissione nazionale italiana Unesco. Ma l’impegno si allarga ad altri campi.
«Intendiamo occuparci - ha continuato Lancia - di tutti gli aspetti attinenti all’azzeramento delle emissioni di gas climalteranti, dal cibo di qualità biologico e di filiera corta, alla raccolta differenziata dell’umido e del verde per la produzione di compost e cippato, fino alla mobilità sostenibile». Un impegno, dunque a 360 gradi, in grado di allargare l’impegno totalitario a tutti i protagonisti del gioco.


La crisi non è la decrescita

La decrescita, dunque, come programma politico, necessita l’impegno degli enti pubblici.
Maurizio Pallante, fautore del movimento per la decrescita felice, a cui abbiamo rivolto alcune domande, propone di agire a tre livelli: «È necessario lo sviluppo di tecnologie che ci consentano di ridurre il consumo di energia, di materia prima e di rifiuti a parità di produzione, quindi di tutte quelle merci che non sono beni. La decrescita non comporta un peggioramento delle condizioni di vita ma un miglioramento delle condizioni ambientali, quindi un miglioramento della vita dell’individuo. Un secondo aspetto, non meno importante, riguarda gli stili di vita, cioè trovare forme di rapporto con gli altri, con se stessi e con il mondo, che veda l’acquisto di cose che ci consentono di ridurre il nostro impatto ambientale, come ad esempio acquisti solidali, banche del tempo, forme di dono e di reciprocità delle proprie competenze professionali, e non ultima l’auto-produzione. Il terzo livello riguarda la politica. Bisogna fare proposte che si possono tradurre in delibere di consigli comunali, in atti amministrativi, che favoriscono lo sviluppo sia delle tecnologie che riducono il consumo delle risorse e che quindi fanno decrescere il Pil facendo diminuire la produzione di cose che non sono utili, sia degli stili di vita individuali non sostenibili.

«Sembra strano - ha aggiunto Pallante - ma noi siamo abituati a pensare che in questo momento di crisi si stia realizzando quella che noi chiamiamo la decrescita. Non è così. Tra la crisi della recessione e la decrescita, c’è lo stesso rapporto fra una persone che non mangia perché vuol fare una dieta e una persona che non mangia perché non ha da mangiare. La recessione non è una libera scelta e non fa migliorare le condizioni di vita. La decrescita invece è una libera scelta che uno fa per migliorare le condizioni di vita. Se riuscissimo a trasmettere il messaggio che lo sviluppo delle tecnologie e degli stili di vita in funzione della decrescita è la maniera sia di riuscire ad avere meno bisogno di soldi, sia di creare occupazione in settori più avanzati che ci consentano di ridurre gli sprechi, allora noi saremo stati capaci di indicare una via di uscita positiva ad una situazione insostenibile».

(Alberto Maria Vedova)