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Il caffé ai tempi del picco. Berne meno, per berlo meglio?

10 novembre 2009 0 commenti



created by David Conti


Un rapido battimani e un ragazzo in tunica bianca porta un vassoio con un bricco fumante e alcune tazze. Il servitore versa un liquido scuro, dal profumo intenso e sconosciuto. Guardo Jossèf. Mi parla in fiammingo, la lingua dei remoti giorni di Anversa.
“Proprio l'affare di cui dobbiamo discutere. Assaggialo.”
Un sorso diffidente. Il liquido caldo scende in gola, un sapore forte, leggermente amaro, subito si fa largo una sensazione di vigore e rinnovata acutezza dei sensi. Un sorso più lungo e sulla lingua rimangono i grani posati sul fondo della tazza.
“Buono, ma non capisco...”
“Si chiama qahvè. Si ottiene da una pianta che cresce nelle regioni d'Arabia.”
Il mercante porge un sacchetto di chicchi verdi, Jossèf ne raccoglie una manciata.
“Vengono tostati, macinati in polvere e sono già pronti per l'infuso nell'acqua bollente. In Europa ne andranno pazzi.”

Con questo dialogo, il superbo romanzo del collettivo Luther Blisset, Q, si avviava alla conclusione. Il protagonista, riparato a Venezia dopo incredibili peripezie, gustava per la prima volta una bevanda scura, intensa, misteriosa, proveniente dalle lontane terre d’Arabia: il Caffé.
In 450 anni sono scorsi interi oceani di caffé, intere nazioni sono nate grazie a questa pianta e le menti più illuminate degli ultimi secoli sono state temprate negli eleganti cafés di mezzo mondo.

E oggi? Il mercato del caffé è il classico esempio di come il concetto di trickle down si sia dimostrato un fallimento. I produttori, ovvero i coltivatori o campesinos che dir si voglia, ancora stanno cercando di riprendersi dal crollo dei prezzi del 2003-2004, almeno quelli di loro che non hanno abbandonato le campagne per andare ad ingrossare le file di chi vive di stenti negli agglomerati urbani. Le ragioni di questo crollo sono semplici e molteplici: sovrapproduzione dovuta a nuovi paesi entrati nel mercato globale non accompagnata da una crescita della domanda, insieme all’inesorabile aumento della forbice fra i guadagni degli importatori (l’universo che va dai grossisti o coyotes fino alle multinazionali che commercializzano il prodotto finale) e quelli dei coltivatori.

Tecnicamente, potremmo definire il caffé una commodity, una risorsa che viene scambiata e quotata sui mercati internazionali proprio come il petrolio. Provando invece a considerare il caffé puramente dal lato emozionale, con i suoi riti e la socialità che ne consegue, con le sue proprietà stimolanti tanto bramate da chi si sveglia la mattina, assume così un’importanza seconda solo a quella del carburante per la nostra economia ed a quello per i nostri stomaci.

Ebbene, la risorsa caffé viene importata nel nostro paese al 100%. Non possiamo nemmeno vantarci di avere qualche rigogliosa piantagione in Val d’Agri, niente.
In questi tempi che possiamo definire di post picco, con un Baltic Dry Index agonizzante, siamo proprio sicuri che le moka casalinghe e le macchinette dei bar potranno continuare a servirci questa bevanda? Almeno, a questi prezzi?

Probabilmente non torneremo in tempi brevi all’autarchia del ventennio, quando al posto del caffé ci si accontentava dell’orzo o del caffé di cicoria. Vista però l’elevata meccanizzazione dei processi produttivi adottati dalle multinazionali del caffé, credo che alla lunga, i piccoli produttori di caffé biologico di alta qualità potrebbero raggiungere quella massa critica che consenta loro di aumentare la produzione in modo tale da garantire un adeguato rifornimento verso i paesi occidentali. La molla che potrebbe far scattare questo meccanismo è il prezzo che il consumatore sarà disposto a pagare.

Mentre scrivo è in corso la settimana per il Commercio Equo e Solidale, un’iniziativa su base annuale promossa da un’importante centrale importatrice. Da anni ormai faccio parte di quella piccola, ma in costante crescita, fetta di consumatori che scelgono senza esitazione i prodotti del CEeS, pagando un sovrapprezzo rispetto ai prodotti “commerciali” che si traduce però nella garanzia di un prodotto di qualità superiore e nel sostegno ai piccoli produttori che difendono la biodiversità e l’ambiente.*

E’ prevedibile allora che in un prossimo futuro post picco, il caffé si comporterà come una qualsiasi altra commodity. Ad un calo della produzione si assocerà anche un calo della domanda, con un prezzo stabile tendente verso il basso, giusto? Certo, il caffé è una risorsa rinnovabile, soggetta però a variabili impazzite come i cambiamenti climatici. Ma in tutto questo, come può il consumatore influire su queste dinamiche? Si comprerà meno caffé, certo, ma se se ne comprasse di più buono? Un caffé prodotto nel rispetto dell’ambiente, acquistato con criteri che tutelano il produttore, anche se con un giro d’affari sensibilmente ridotto, può rappresentare la cosiddetta situazione win win, per noi, per chi lo produce, per il pianeta?



* Una confezione di caffé biologico del CEeS da 250 g costa 2,89€ (IVA esclusa). Il 24% del prezzo va alla bottega, il 31,7% alla centrale d’importazione, l’11,3% sono costi accessori, mentre il 32,8% va al produttore, un valore superiore di 3 volte rispetto ai tradizionali caffè. (Fonte: Oxfam)