Numeri e costi di un Paese che “arretra”
E’ un’Italia che “arretra”, ma questa volta non è certo colpa della crisi economica.
A “tirarsi indietro” sono le spiagge e le coste del Belpaese che, un po’ per lo stesso mare e molto per l’influenza di tutte quelle azioni dirette ed indirette, naturali ed antropiche che disturbano l’equilibrio del territorio, ha perso definitivamente ben 5 km2 di costa nel giro di 50 anni. In pratica, in mezzo secolo, interi arenili sono totalmente scomparsi.
L’Italia a rischio erosione comprende 54 km2 di spiaggia e 1170 km di coste basse (su 4.863 km), mentre il 24 % dei litorali sabbiosi ha subito perdite superiori ai 25 metri.
Sono numeri che pongono la penisola italiana ai vertici della classifica dei paesi europei a più alto rischio di erosione costiera e se si considera che in tutto il continente ogni anno spariscono 15 km2 di spiagge, è facilmente intuibile che si tratta di un primato decisamente preoccupante.
Sicilia (313 km di coste), Calabria (208), Sardegna (107), Lazio e Toscana ( rispettivamente 63 e 60 km) sono le regioni più colpite, mentre, in termini di coste, la perdita maggiore di arenili si registra nelle Marche ( 38,6%), in Basilicata ( 38%), in Molise (34,7%) ed in Calabria (32%).
Non solo. Secondo le stime, 336.746 ettari di superficie ( circa l’ 1,12% di quella nazionale) e circa 2 milioni di persone ( il 3,69% della popolazione totale) sono esposte ad un rischio inondazione classificato tra il medio e l’alto.
Alla base di tutto questo, è risaputo, il fortissimo processo di antropizzazione del sistema costiero, ormai giunto a livelli altissimi. Oltre 300km di coste sono occupati da strutture portuali, commerciali o da diporto; il 58,7% del territorio, compreso nella fascia di 10 km dal mare, è impiegato per colture agricole ed il 6,6 % è occupato da centri urbani, industriali ed infrastrutture varie, aeree e marittime.
L’urbanizzazione della costa, modificando l’evoluzione dei litorali, ha trasformato il fenomeno dell’erosione in un vero e proprio problema, specie nelle zone in cui sono potenzialmente a rischio abitazioni (il 30% della popolazione nazionale vive nei 642 comuni costieri, per un totale di circa 16 milioni di persone), infrastrutture e attività economiche.
“Serve al più presto – affermano gli esperti – un piano nazionale che individui i casi più urgenti e le zone più a rischio, visto che intervenire su tutti i 4.800 km di coste basse italiane sarebbe economicamente insostenibile. Infatti, per agire su tutta questa area, anche solo con opere di ripascimento, servirebbero almeno 150-200 metri cubi di sedimenti da riporto e circa 2 miliardi di euro”. Numeri non indifferenti e che, comunque, non risolverebbero il problema. Tutti i soldi spesi finora per la tutela delle nostre coste (centinaia di milioni di euro), hanno solo arginato l’emergenza senza portare a soluzioni definitive.










